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Ricerca USA: il modo in cui ci chiamiamo influenza l´atteggiamento degli altri

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Ricerca USA: il modo in cui ci chiamiamo influenza l´atteggiamento degli altri

16/06/2010 - 17.35

Il professor David Figlio della Northwestern University, in Illinois, è riuscito a dimostrare, analizzando le scelte di battesimo di 3000 famiglie, ciò che tutti sospettavano: più facile dubitare della virtù di una Jessica che di una Geltrude, scontato considerare più moderno un Alex che un Salvatore. Poco importa cosa facciano e pensino davvero queste persone, il nostro cervello trasmette e riceve impulsi e impressioni appena il nome viene pronunciato.

"Il modo in cui ci chiamiamo è un simbolo, uno specchio - spiega lo psichiatra Alessandro Meluzzi - e rappresenta il nostro biglietto di presentazione di fronte al resto del mondo. Il suono che ha e il significato che rievoca influiscono direttamente sul comportamento degli altri nei nostri confronti, e questo ha effetti a sua volta sui nostri circuiti neuroendocrini: a seconda dei casi viene favorita la produzione di ossitocina, dopamina o endorfine. Possiamo insomma dire che il nome che ci viene dato influisce sul nostro sviluppo".

Non è dunque un caso che i libri per scegliere come si chiamerà il bambino siano così popolari: secondo il professor Figlio quando si attribuisce un nome si prova ad allestire fin da subito un pezzo di personalità, tappa obbligatoria all'interno di una società basata su apparenze e prime impressioni. "Dare al maschio un nome troppo femminile potrebbe creargli problemi di insicurezza - spiega lo studioso - e i nomi troppo originali o rari rendere le persone più diffidenti nei suoi confronti". Dopo aver analizzato 1700 combinazioni di lettere e suoni, gli studiosi hanno notato che nomi aggraziati e femminili fanno sì che chi li porta riceva un trattamento di favore, mentre quelli androgini o inusuali fanno scattare comportamenti penalizzanti. Al primo posto fra quelli più dolci e attraenti c'è Isabella, mentre chi porta nomi tradizionali come Anna, Elisabetta o Emma gode di maggiore fiducia rispetto a bambine battezzate in modo più canonico.

Sul rapporto tra il modo in cui ci chiamiamo e lo sviluppo della vita è stato pubblicato uno studio anche dagli psicologi della Wayne State University di Detroit. Stando ai dati raccolti, chi ha un nome che inizia per "A" è destinato a vivere più a lungo di chi ne ha uno che inizia per "B", "C" o "D". La ricerca ha preso in esame 10mila persone fra atleti, professionisti, medici e avvocati nati tra il 1875 e il 1930, scoprendo che Andrew, Anthony e Albert avevano spento più candeline dei colleghi Dylan, Daniel e Dwight, vivendo in media 9,5 anni di più. L'età media degli sportivi con la "D" è risultata di 69,2 anni, quella dei nomi in "A" di 73,4 e quella di tutti gli altri di 71,3. Classifica interessante anche quella riguardante le professioni: gli psicologi hanno scoperto il singolare gioco di assonanze per cui i Lawrence ("law" significa legge) finiscono per diventare principi del foro, mentre le Dennises hanno un destino da dentiste. Chissà che il nostro cervello, sofisticato com'è, non decida di seguire l'impronta genetica vocale che fin dal primo giorno lo accompagna, lo limita e lo rappresenta.


Fonte: Repubblica.it

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