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I bambini e la scuola. Come comportarsi di fronte ai disturbi di apprendimento

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I bambini e la scuola. Come comportarsi di fronte ai disturbi di apprendimento

18/05/2010 - 12.38

Per un bambino di sette anni è abbastanza azzardato fare diagnosi precoci di qualsiasi tipo, sia per quanto riguarda i disturbi mentali (che generalmente si diagnosticano in età ormai adulta, una volta stabilizzato il carattere attraversando pubertà e adolescenza) che sui deficit neuro-biologici: il fatto che un bimbo sia molto vivace, che cerchi di mettersi sempre in evidenza facendo mostra di tutte le sue energie, non è detto che un domani sarà un soggetto irrequieto, così come un bambino che sembra spesso “estraniato” o imbambolato, o troppo timido, non è detto che sarà soggetto a manifestazioni depressive o maniacali ma, sia nell’uno che nell’altro caso, può significare che abbiano una certa predisposizione a soffrirne entrambi, anche se così apparentemente diversi nel comportamento.

Sarebbe buona norma non ignorare eventuali campanelli d’allarme quali per esempio la difficoltà di applicarsi, di concentrarsi, fin dal primo giorno di scuola elementare. L’incapacità di rimanere fermo al proprio posto, o la pigrizia fisica e mentale potrebbero essere causati proprio da una difficoltà di applicazione “alla base”, dall’avere la mente distratta su altri “compiti” che loro ritengono prioritari piuttosto che eseguire compiti imposti da estranei, in questo caso la maestra.

E’ il primo contatto che hanno con una persona che non è “di casa” e si impone con una certa autorità: non sempre capita che questa “intrusione” venga immediatamente recepita positivamente dai bambini abituati a essere trattati e educati dai genitori o dai nonni, da chi comunque li ama.

E’ facile immaginare quanto sia importante che questo cambio di guardia avvenga nella maniera più indolore possibile.

Purtroppo ciò non sempre avviene. Molti bambini particolarmente sensibili si mostrano intimoriti, altri fanno mostra di aggressività in atteggiamento di difesa: sono coloro che hanno maggiore bisogno di essere seguiti e aiutati nell’avviamento all’applicazione. Capita molto spesso che vengano invece trascurati, messi da parte i più innocui, o messi “fuori” i più irrequieti, parcheggiati in attesa di essere incanalati verso la burocratica procedura per la richiesta dell’insegnante di sostegno. Che poi difficilmente viene autorizzata, facendo quindi perdere in alcuni casi anche il primo anno di insegnamento al piccolo.

Vengono quindi facilmente seguiti i bambini che vanno avanti da soli senza sforzo alcuno da parte degli insegnanti, se non gli innumerevoli elogi che servono d’esempio a coloro che invece non riescono ad applicarsi (che sono poi in fondo un esiguo numero, due-tre bambini su una classe di venti alunni).

Sono quei bambini che potenzialmente troveranno più difficoltà nella lettura, nel riconoscimento delle lettere e nella loro interpretazione (dislessia), nella matematica (discalculia) e necessiteranno di una adguata preparazione professionale da parte degli insegnanti per affrontare gli studi per essere “alla pari” con i compagni di classe. E’ necessaria una corretta integrazione, tanto più che questi bambini hanno nella maggior parte dei casi un’intelligenza brillantissima che però non riescono a dirigere, quindi non devono essere considerati “diversi”, ma semmai “speciali”, quindi con il diritto di ricevere considerazione e di ricevere “educazione” come gli altri, con attenzione e accuratezza a seconda del necessario.

E’ qui che il problema assume i connotati più invisibili: quelli che si sviluppano all’interno della personalità del bambino. Se il bimbo viene già escluso o maltrattato, o ridicolizzato, o considerato un "diverso", con molta probabilità il suo carattere tenderà o a chiudersi in se stesso o a sviluppare una aggressività superiore alla norma. Se, perdipiù, agisce in maniera impulsiva e non riesce a controllare le sue esuberanze (per es. il tono della voce, il bisogno di battere il piede contro il tavolino continuando a sgambettare, l'essere sempre a caccia di mosche anche solo con lo sguardo) manifestando irrequietezza in maniera persistente (impedendo per esempio il regolare svolgimento della lezione in classe) viene etichettato come "elemento di disturbo". Come dare a questo punto torto agli insegnanti ?

Quello che fanno generalmente gli insegnanti è quello di essere più rigidi e severi che con gli altri bambini. Credono di avere a che fare con bambini malamente educati, viziati e, che con il pugno di ferro, con la soppraffazione e l'autorità, possano impartire loro l'educazione attraverso la nota, la punizione, l’umiliazione di fronte ai compagni. Nulla di più sbagliato. E' l'esatto contrario di quel che dovrebbero fare.

Generalmente questi bambini hanno una sensibilità superiore alla norma, sono veramente iper-sensibili: ciò li porta ad avere degli alti e bassi d'umore, degli scoppi d'ira apparentemente immotivati, e degli accessi di ilarità altrettanto ingiustificati. Attacchi d'odio imprevisti e imprevedibili. Altresì manifestano affettuosità morbose con cambi di fronte repentini.

Fare attenzione ai cambiamenti di umore dei bambini, far sentire la propria presenza ma assolutamente evitare di essere troppo ansiosi e iper-protettivi: i bambini hanno bisogno di fare dei piccoli errori per poi imparare a sapere come gestirsi di fronte ai grandi errori. Hanno bisogno di cadere, di capire cosa è la sofferenza e imparare a sopportarla, di sentire il brivido del pericolo per riconoscere il limite, sentire la paura e imparare a farsi forti e coraggiosi.

Riconoscere il proprio figlio un “inetto” significa aver fallito come genitore, padre o madre che sia. Smettere di dare amore e coccole a un bambino perché è “difficile” e perché deve imparare a “crescere da solo” equivale a una omissione di soccorso. Proprio come fanno alcuni insegnanti, per fortuna non tutti. Ma quelli che lo fanno sbagliano, pur sapendo di avere moralmente sulla coscienza il futuro di quei due o tre bambini per classe che ogni anno si ritrovano come funghi non appetibili, e che nessuno protegge.


Fonte: Redazione

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