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19 Marzo, D´Auria: undici anni dal Condiviso ed ancora ostruzionismi. Cardinale: riflettiamo sul sistema

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19 Marzo, D´Auria: undici anni dal Condiviso ed ancora ostruzionismi. Cardinale: riflettiamo sul sistema

19/03/2017 - 12:20

Francesco D’Auria, Segretario nazionale Adiantum, lancia un appello a tutti i genitori che oggi non potranno avere con sè i propri figli "Non disperate, abbiate fiducia e continuate a lottare perchè i diritti trionfino", esordisce. "Penso", agginge D'Auria, "anche a quei bambini che non possono festeggiare questo giorno con il loro papà per colpa di un sistema che consente, senza una severa punizione, atti di ostruzionismo che rimangono impuniti. Ma penso anche a quei figli abbandonati dai quei padri dominati da egoismo ed immaturità".

"Non esistono motivi per cui uno dei due genitori debba prevalere sull’altro a discapito dei figli, se davvero li si ama. Cosa c’è di più importante al mondo che possa prevaricare la volontà dei bambini di vivere con gioia questa giornate?. Seppure siano trascorsi undici anni dall'entrata in vigore della legge sull’affidamento condiviso – conclude D’Auria – continuo a non concepire come si possa anteporre il proprio interesse a quello dei loro figli. Di certo, iIl bambino non ha mai fatto e mai farà questa scelta spontaneamente, perché per lui esiste solo il desiderio di vivere con i suoi genitori".

"A quanto pare, l'Italia non è pronta per una festa dei genitori, senza distinzione di ruoli", afferma Alessio Cardinale, Portavoce Nazionale di ADIANTUM e co-estensore, insieme agli altri membri dell'Associazione romano-napoletana, del DDL n. 2421 depositato in Senato. "una festa collettiva costringerebbe, per via culturale, a condividere i problemi derivanti dai propri ruoli all'interno della famiglia, e favorirebbe, anche nelle scuole - possibili laboratori di supporto genitoriale - la diffusione di un dibattito civile tra madri e padri. Questo terreno di confronto è osteggiato accuratamente da quelle lobbies economiche che si arricchiscono grazie ad un sistema che favorisce la conflittualità a discapito della vera mediazione".

"Infatti - continua Cardinale - alcune aree ben individuate dell'avvocatura, e lo abbiamo visto proprio di recente, appoggiano smaccatamente quella magistratura di merito che è sorda rispetto alle istanze della Società Civile, e che applica le stesse prassi ante Riforma, boicottando di fatto una legge dello Stato. Riteniamo che queste associazioni forensi abbiano maggiori responsabilità della stessa Magistratura nella diffusione del concetto di falso condiviso, avendo effettuato negli ultimi undici anni decine e decine di seminari e convegni dove sono intervenuti molti giudici e dove si è cercato di favorire in tutti i modi l'applicazione del domicilio prevalente, ossia dello strumento che ha permesso ai magistrati di aggirare la legge n. 54/2006 ed ha consentito un aumento esponenziale del conflitto tra ex coniugi e del business che ne deriva".


Fonte: Redazione

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11:19  di domenica 26/03/2017
scritto da  Antonello1
IL TRIBUNALE DEVE CHIUDERE

Proprio non capisco tutte le preoccupazioni espresse dai molti operatori di giustizia che lavorano nell’orbita dei tribunali per i minorenni.
Sono dell’avviso che il tribunale per i minorenni debba chiudere , e le ragioni sono molteplici.
Qualche operatore di giustizia parla di “prospettiva inquietante” forse perché non si ascoltano le ragioni della società civile che oramai è formata anche da modelli di famiglia diversi da quelli di loro riferimento.
Bisognerebbe chiedere ai tanti padri naturali che per svariati motivi si sono visti “obbligati” (nonostante, in ambito civile si parli di Volontaria Giurisdizione) a rivolgersi a questi tribunali, cosa ne pensano dell’eventuale chiusura.
Spesso le loro istanze per ottenere il giusto riconoscimento ad una “dignità genitoriale” rimangono inascoltate nonostante la Riforma del diritto di famiglia, le leggi successive non ultima la legge 54/2006. Ecco, proprio quest’ultima, è forse la legge più aggirata nel nostro ordinamento giudiziario. E non certo solo dai cittadini comuni.
Se poi accade che un padre, malauguratamente, non si dovesse accontentare del solito riconoscimento “simbolico” della stessa dignità genitoriale della madre, allora le cose si complicano maggiormente fino ad arrivare, in alcuni casi, alla vera e propria minaccia di “decadenza della responsabilità genitoriale”, oppure si è costretti a subire le deliranti elucubrazioni di qualche giudice/ssa imbizzarrita che a tutt’oggi, nel terzo millennio, crede di operare ancora nel 1971. Girando per i corridoio di questi tribunali può capitare, com’è successo a chi scrive, di sentire frasi come :”… tanto lo sappiamo che questi padri chiedono di stare con i figli solo per non pagare l’assegno di mantenimento…” oppure “… e poi di cosa stiamo parlando di €.400,00 … manco per un cane… una miseria…” riferito all’assegno di mantenimento che probabilmente un padre ha messo in discussione. Queste frasi sono un indicatore ben preciso di come vengono affrontate, da certi giudici/esse, le tematiche relative all’affidamento condiviso. Frasi pronunciate da chi crede d’avere la verità in tasca e che, al contrario, fa la figura del poveretto ancorato a stereotipi e pregiudizi di comodo in difesa dei presunti diritti femminili piuttosto che di quelli dei minori. Percorrendo i corridoi di questi tribunali si può venire a conoscenza di padri che aspettano da 5-10 anni risposte alle loro istanze; figli che sognano di ritrovare il padre creduto morto e che invece assolveva alla sola funzione affidatagli da questi tribunali, quella del bancomat.
Come si faccia a credere (ma lo credono veramente?) che l’interesse del minore si raggiunga distruggendo economicamente e moralmente la figura paterna a tutto vantaggio di quella materna, devono spiegarmelo. Chi vi scrive ha sentito dal procuratore presso un tribunale per i minorenni, che …” si fa l’interesse del bambino anche tutelando il benessere della madre…” quindi, deduco, il male del padre non comporta alcun dolore al bambino. Nella sostanza il padre è sacrificabile per il bene del bambino e della madre. Straordinario o abominevole, fatte voi.
In Italia quanti sono i bambini che grazie a questi operatori (assistenti sociali compresi) di giustizia frequentano i propri padri quattro ore la settimana (sempre che la madre non li ritenga malati proprio quando dovrebbero vedere il padre)?
Quanti sono i figli di separati che non possono godere delle disponibilità economiche dei genitori perché costretti a sperperare i loro pochi averi in avvocati, CTU e professionisti vari per rincorrere semplicemente l’applicazione di una legge dello Stato?
Per quale motivo, in Italia, la capacità genitoriale di un padre deve essere dimostrata mentre quella della madre (chiunque essa sia) è data per scontata?
Quanti padri sfiniti, arresi e sconfitti hanno preferito sopravvivere ed “accettare” le condizioni imposte dal volere di questi giudici/esse condizionate dai pregiudizi?
Quanti padri, poveri di strumenti, sconvolti dall’emarginazione sociale in cui sono stati trascinati, hanno reagito in modo violento?
Quanti figli ancora dovranno diventare orfani di padre e madre (i primi perché in galera e le seconde perché tre metri sotto terra) a causa di questi operatori di giustizia che fanno prevalere pregiudizi, preconcetti, inclinazioni politiche e di genere, piuttosto che buon senso e onestà intellettuale nelle loro sentenze o nei loro provvedimenti?
Spesso si parla di “prassi giudiziaria” o di “orientamento giurisprudenziale” per mascherare la resistenza psicologica (per non parlare di avversione vera e propria) sui processi evolutivi e culturali che la politica (una volta tanto) ha saputo interpretare ma che una buona parte della magistratura ostacola. Altro che diritto reale e/o sostanziale… Si rasenta l’anarchia vera e propria. Ogni giudice crede di essere l’etolie del foro, e sembra una gara a chi riesce e scrivere provvedimenti più lontani possibile dalla volontà del legislatore, cassazione compresa.
Anni fa scrissi che leggi come la 54/2006, che incidono profondamente nella vita sociale del cittadino, e ne cambiano i costumi, devono contenere norme prescrittive, che non lascino spazio ad interpretazioni personali da parte degli operatori di giustizia, perché già da allora si ravvisò l’inclinazione, di parte della magistratura, ad aggirare la volontà del legislatore che altro non è che il risultato di quanto trascritto nei verbali della commissione giustizia che approvò gli emendamenti e poi la legge 54 del 2006. Sono passati undici anni e lo spirito della 54/2006 è stato demolito, reso inefficace dalla stragrande maggioranza dei provvedimenti e dalle sentenze emesse da questi tribunali.
Spesso si sostiene che in Italia la politica non sia al passo con i tempi, in questo caso è la magistratura, intesa come quella parte di essa che si lascia vincere dai pregiudizi e dalle ideologie politiche, che non ha saputo adeguarsi alle evoluzioni sociali. Ancora oggi si guarda alla figura paterna con convenevole diffidenza, dalla quale difendere i propri figli. Questi tribunali hanno dimostrato di non sapersi adeguare ai tempi, alla domanda di giustizia diversa rispetto a quella di 40 anni fa. Se dovessimo fare un confronto tra i provvedimenti di oggi e quelli adottati 40/50 anni fa, credo che per molti di loro le differenze siano minime se non inesistenti.
Qualcuno sostiene che sia necessario adeguare gli organici dei tribunali, ma non dice che è altrettanto necessario, se non più importante, che gli organici esistenti si adeguino alla società civile, quella che chiede a gran voce equità nei compiti e nei diritti/doveri tra genitori. Una distribuzione iniqua dei diritti/doveri dei genitori è una forma di discriminazione non solo verso il padre, relegato quasi sempre a compiti secondari e a comparse sporadiche nella vita dei propri figli per dare giustificazione giuridica al “collocamento prevalente”, ma anche verso la madre che si vede costretta alla rincorsa dei doveri, sacrificando la propria vita lavorativa per un assegno di mantenimento che spesso rappresenta una minima parte rispetto alle prospettiva di crescita professionale precluse aprioristicamente. E i figli cosa ci guadagnano? Niente, anzi ci perdono perché le potenzialità professionali della madre, volutamente o involontariamente, rimangono inespresse.
L’assegno di mantenimento è il classico caso del “cane che si morde la coda”. Perché andare a lavorare, magari demansionata dispetto alle proprie aspettative, per uno stipendio di €. 1200,00 quando ne percepirei €. 1000,00 sotto forma di assegno di mantenimento, rimanendo a casa a fare niente?
Si vuole rimanere ancorati all’assegno di mantenimento come forma di garanzia verso i figli, senza capire che molto spesso è il limite, ne diviene la condanna per i figli.
Qualcuno snocciola i numeri riguardanti i processi civili degli ultimi anni, ma non parla di quanti sono quelli che da anni attendono una definizione, magari non intrisa di risentimento personale o pregiudizi di genere.
Per questi motivi e per tanti altri, il tribunale per i minorenni deve chiudere. Perché, in sostanza, molti degli operatori che ci lavorano, non hanno saputo adeguare l’offerta di giustizia alla domanda di giustizia. D’altro canto se l’Italia è stata condannata dalla CEDU per ben sei volte negli ultimi dieci anni per violazione dell’art. 8 della Convenzione un motivo dovrà pur esserci. Ma nessuno degli operatori ne fa cenno. Tutti loro alzano barricate in difesa dell’istituzione, ma credo proprio che vogliano difendere la loro comoda poltrona, non certo i diritti dei minori.


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