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Il falso condiviso e la politica tradiscono le attese delle donne per il lavoro

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Il falso condiviso e la politica tradiscono le attese delle donne per il lavoro

26/10/2012 - 17.54

Negli ultimi 20 - 30 anni, l’Italia si è affermata come uno dei paesi europei dove più è cresciuta la “cultura della differenza”. Settentrionali contro Meridionali, prima, e italiani contro extra-comunitari, poi. Ma se le differenze etniche o geografiche si sono andate attenuando nel tempo – oggi il sentimento di affettuosa e cristiana tolleranza tra tutti i gruppi regionali e stranieri è abbastanza forte – c’è una “differenza” che non ha trovato ancora una strada comune, una sintesi. Parliamo delle differenze di genere, che trovano nella famiglia e nel lavoro due punti focali strettamente legati tra loro.

Eppure, nonostante questo prezioso legame, i media continuano ad occuparsi sempre degli stessi argomenti “a compartimenti stagni”, evitando accuratamente qualunque correlazione che, a ben vedere, costituirebbe invece un bel passo avanti. E quindi, i quotidiani ci propinano le solite – e impietose - statistiche sulla disoccupazione femminile, sui permessi retribuiti, oppure sulle “morti bianche”, gli incidenti sul lavoro che colpiscono centinaia di lavoratori – per lo più di sesso maschile – ogni anno. Mai, però, che giornalisti e conduttori televisivi mettano in relazione tra loro quei fenomeni   trovando un terreno comune, una sintesi.

Questa sintesi è, senza ombra di dubbio, la Famiglia, ed in particolare i tempi che i due generi dedicano al c.d. lavoro non retribuito (o lavoro domestico): in Italia, è di oltre 5 ore al giorno per le donne contro le quasi 2 ore al giorno per gli uomini. La più ampia disparità di genere nei paesi Ocse dopo Messico, Turchia e Portogallo. Spostare la lancetta delle ore verso un rapporto “4 a 3” sembra cosa da poco, ma in realtà richiede sforzi enormi da parte dello Stato e delle famiglie, chiuse come sono all’interno di una organizzazione familiare e del lavoro lontanissima da quella che troviamo, per esempio, nei paesi scandinavi o del Nord Europa. Una cultura  della famiglia non più idonea, che svela tutti i suoi limiti in occasione delle separazioni.

Ma facciamo un passo indietro: cosa vuol dire “lavoro non retribuito” ?

E’ la chiave di tutto. Dentro queste due parole è racchiusa la vita di ogni giorno, l’essenza stessa della Famiglia: fare la spesa, pulire la casa, accudire i figli, portarli a scuola, aiutarli nei compiti a casa, parlare con gli insegnanti, andare dal pediatra, portarli alle attività extra-scolastiche …….. e chi più ne ha più ne metta. Va da sé che, se i genitori si riconoscessero, quando sono ancora uniti, nel principio che questi compiti familiari vanno condivisi in egual misura e con uguale impegno, conserverebbero questi valori anche quando si separano. E soprattutto, se nella coppia unita i compiti di cura dei figli venissero svolti tanto dalle donne quanto dagli uomini, si libererebbero anche per le prime tempo ed energie da dedicare al  lavoro e alla carriera.

Purtroppo, in Italia, pare che una forza misteriosa, un “mostro sub-culturale”, non faccia altro che “rimbalzare” le istanze femminili e maschili nel muro di gomma del falso condiviso, relegando la donna in un ruolo di eterna fattrice e “casalinga di Voghera”, e l’uomo in un semplice portatore di reddito, magari anche un po’ anaffettivo e sempre pronto a correre dietro qualche gonnella. Una sub-cultura preistorica, del tutto simile alla visione del maschio primitivo che, vestito di pelliccia, torna la sera portando la selvaggina alla tribù familiare, mentre la femmina ha trascorso la giornata al riparo della caverna e intessendo utensili.

Un ruolo importante, in questa visione aberrante della società familiare italiana, è rinvenibile nel pensiero della magistratura, che da sei anni e mezzo, e cioè da quando è entrata in vigore la legge 54/2006 (c.d. affido condiviso), non fa altro che boicottarla, chiamando con un altro nome le medesime modalità di affido che applicava prima, e cioè quello esclusivo.

E se la sostanza di questo boicottaggio sistematico è chiara ormai a tutti, è interessante analizzare le conseguenze sociali che da questa mancata applicazione della legge derivano. Per i magistrati italiani, anche in presenza di chiare e autentiche istanze di pariteticità, da parte degli uomini, nei compiti di cura dei figli, deve essere per forza la donna ad occuparsene “prevalentemente”. In questo modo è stato ucciso lo strumento più formidabile che il Parlamento italiano abbia partorito negli ultimi 30 anni in tema di pari opportunità.

Altro che quote rosa ! Se i giudici applicassero il vero condiviso (“..i figli hanno diritto a godere di tempi equilibrati e continuativi con ciascuno dei genitori…”, recita la legge), superando così questa visione “maschilista” della separazione, darebbero un valido contributo a quell’opera di riequilibrio dei tempi di lavoro domestico e, in definitiva, consentirebbero alle donne di avere più tempo per la carriera e la crescita professionale.

Se la nuova visione “più illuminata” dei magistrati civili nell’applicare i principi della L. 54/2006 si accompagnasse ad una legislazione che sancisse particolari garanzie e meccanismi di compensazione - ai quali tutti i rami del lavoro pubblico e privato sarebbero obbligati ad aderire – tra il tempo/lavoro maschile e quello femminile, l’analisi diventerebbe ancora più interessante, e si passerebbe dalla enunciazione di principi alla traduzione pratica che ogni assunto di valore richiede.

Proviamo a fare un po’ di calcoli.

Riducendo per decreto il numero settimanale di ore/lavoro degli uomini di 1 ora per ogni giornata lavorativa, si accantonerebbero circa 6 ore/lavoro alla settimana provenienti da ciascun occupato di sesso maschile. In un anno – composto da circa 48 settimane lavorative effettive - il monte ore accantonato sarebbe pari a 288 per ogni lavoratore. Moltiplicando questo risultato per gli uomini occupati nel pubblico impiego, nell’industria e nel commercio, nelle forze armate (e via dicendo - circa 8 milioni) si accantonerebbe un totale di 2.304.000.000 di ore/lavoro da ridistribuire, sempre per decreto, alle donne in cerca di lavoro e qualificate per le mansioni richieste (a questo penserebbero gli uffici di collocamento).

Il sistema così delineato si tradurrebbe – dopo aver eseguito i calcoli in base alla durata media della giornata lavorativa, ai giorni effettivi di lavoro per ciascun anno e alla durata media della vita lavorativa – in 71.000 posti di lavoro riservati alle donne ogni anno. Non sono il milione di berlusconiana memoria, ma in 10 anni ci arriveremmo molto vicini.

E poi, parliamo solo del lavoro subordinato, ma sappiamo che anche nel lavoro autonomo e nelle professioni – sebbene i meccanismi di compensazione sarebbero difficili da individuare e da monitorare – si potrebbero raggiungere risultati altrettanto lusinghieri.

Per attuare un dibattito su bquesti meccanismi non occorre certo la magistratura. Qui serve la politica. Una nuova politica, che non sfrutti le donne solo per la loro affezione al voto (possibilmente di sinistra), che non faccia di loro uno strumento di marketing e un limone da spremere per l'industria alimentare, della moda e dei cosmetici.

Una politica che, finalmente, si accorga delle donne vere e non solo di quelle ritratte nelle pubblicità delle calze autoreggenti, ma di quelle che vediamo ogni giorno accanto a noi. Delle donne "normali", insomma.

La politica, fino ad oggi, ha tradito le loro aspettative, fossilizzando la Società in un modello arcaico che oggi mostra tutti i suoi limiti.


Fonte: Redazione

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Ci sono 3 commenti


14.55  di sabato 12/01/2013
scritto da  dany
dimenticate che la maggior parte delle donne sono le prime a chiedere il collocamento dei figli presso di loro per ottenere fior di mantenimenti e che in questa situazione ci sguazzano volentieri salvo trovare poi la scusa che non riescono a trovare lavoro perkè devono occuparsi dei figli!

14.06  di sabato 03/11/2012
scritto da  franco
Bene, ecco gli effetti in Sicilia sul partito I. D. V. di
Di Pietro ad opera dei genitori separati per ricompensarlo
della posizione politica del suo partito nei confronti della
legge sull´affido condiviso, meno male per lui, che si è
risparmiato anche il non voto dei nostri figli solo perchè
minori.

09.26  di lunedì 29/10/2012
scritto da  il soccombente
Oh...finalmente un articolo che parla dei vantaggi dell´affido condiviso anche per le donne!! Finalmente un articolo che marca come paleolitica e retrograda la linea della cosiddetta sinistra, tradizionalmente progressista, la quale pretende di parlare a nome delle donne, di tutte, e che invece fa sentire la voce solo di quelle che sgomitano per salire in carriera nelle attività impiegatizie. Finalmente un articolo che, oltre che richiedere l´applicazione di una legge dello Stato disapplicata da anni da uno dei poteri dello Stato stesso, richiede un maggiore impegno domestico da parte della componente maschile, come già avviene nei paesi civili! Questo è un ottimo correttivo alla linea dominante che finora ha sottolineato solo le ingiustizie, che pure ci sono, a danno dei padri separati.


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