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Il censimento, il sale e San Giuseppe - di Pierluigi Lo Gatto

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Il censimento, il sale e San Giuseppe - di Pierluigi Lo Gatto

03/01/2012 - 09.50

Qualche giorno fa, da buon cittadino, mi accingevo dopo tanti rimandi alla compilazione del questionario relativo al Censimento 2011. Nonostante in tanti avessero celebrato la semplicità delle domande, mi trovavo subito in difficoltà; la lista A , infatti, aveva come titolo “Persone che hanno dimora abituale nell’alloggio ( persone della famiglia )" .

Mentre mettevo l’acqua a bollire per via del pranzo, riflettevo sulla risposta da dare, anche se tale risposta, in tutta Italia, solerti magistrati la forniscono continuamente, premurandosi di inserire nelle loro ordinanze il cosiddetto “domicilio prevalente" o la “dimora abituale“ (ovviamente nella stragrande maggioranza dei casi presso la madre). Questa aggiunta, non prevista dalla legge sull’affido condiviso, e lontana dalla ratio sottesa a quella norma, avviene in pochi secondi, e spesso la ritroviamo nei pre-stampati negli italici tribunali, incurante del lungo iter parlamentare e dell’intenzione del legislatore, e, quindi, del popolo italiano . Lassù, sull’Olimpo, le uniche dee piangenti sono quella con la bilancia e la collega che fugge i sepolcri.

Il doppio domicilio, ovvio nei paesi più civili e oramai acclamato da tutti i seri studi internazionali (tant'è che se n’è persino accorto l’ordine nazionale degli psicologi ) non solo consente ai figli di avere la possibilità di godere appieno sia di mamma che di papà, e ai genitori di assumersi pari responsabilità, ma riduce, insieme al mantenimento diretto, l’alta conflittualità che deriva da un assurdo squilibrio.

E invece no : 8 giorni con il papà al mese contro i 23 della madre, figli che si sentono ospiti e “di passaggio” , spesso trasportati a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, quotidiane sferzate come gelida bora  : “ il collocatario sono io, quindi il figlio lo gestisco io“.

Mentre decidevo per la triste risposta, mettevo a soqquadro la cucina perché il sale sembrava sparito. Lo sguardo cadeva sul piccolo presepe vicino al forno, e in particolare su un dimesso Giuseppe, con la postura di chi è abituato a stare in disparte, a venire dopo i poveri o i potenti venuti da lontano. Giuseppe non è padre celeste né padre biologico, ma certamente un padre che protegge, si prende cura,  insegna il mestiere di uomo senza essere rivale. Un padre che, sullo sfondo, riesce ad esercitare tenerezza e incondizionato affetto scevri da antiche autorità, come tanti papà di oggi.

Gli 11 minuti sono trascorsi, la pasta è nel piatto. Ecco, finalmente , spuntare il barattolo di sale fra le bottiglie d’acqua. “E’ ovvio”, dico al mio amico Giuseppe, “non era nella sua dimora abituale”.

 

Pierluigi Lo Gatto- Presidente Ass. Papà separati Vibo Valentia


Fonte: Redazione

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C'è 1 solo commento


07.22  di mercoledì 04/01/2012
scritto da  Bernardo Femia
Caro Pierluigi,
concordo pienamente con te. Ma consentimi di aggiungere altro: il problema del doppio domicilio è un aspetto formale dell´arretratezza culturale in cui versiamo, é l´ultimo baluardo da raggiungere, non il primo. Occorre, infatti, che ci diamo delle priorità ed essere più decisi, incisivi e radicali, perchè il male va estirpato dalla radice. Fintanto che uno dei coniugi viene allontanato dalla mitica ´casa coniugale´ e deve subire su di in toto le conseguenze del fallimento (dalla menomazione delle capacotà economiche al disagio sociale), nel mentre il coniuge unto dal Signore (la donna solitamente) continua (rectius: inizia!) a godere di uno status di privilegiato in fatto e in diritto, nel demenziale principio della sacralità del mantenimento del tenore della vita antecedente, allora non cambierà mai nulla. Ci saranno sempre cittadini di serie A e di serie B. Anzi, dirò ancora di più. Il sistema giuridico (rectius:giudiziario) delle separazioni non fa che giustificare, amplificare e sollecitare le sindromi da separazione (tutte, a mio avviso, riconducibili all´incapacità di vedere la trave nel proprio occhio). I figli apprezzerebbero molto di più un´equa spartizione dei beni materiali trai coniugi ed un personale sacrificio, piuttosto che una guerra che disparitariamente si trascina per anni.E qui consentimi una divagazione personale: ricordo il piacere intimo che provavo a 6-8 anni, quando dormivo in paese con i nonni, ma senza il beneficio del riscaldamento di casa mia, spesso senza il televisore, ma con il calore delle favole lette, dei baci premiali di mia nonna e con la scoperta continua dei ritmi delle stagioni e della campagna. Non cambierei mai questa incommensurabile ricchezza interiore ricevuta penso che neanche i miei figli lo farebbero (anzi, uno ha rifiutato ogni benessere, avendo scelto di vivere con me "pagandone le conseguenze" - espressione usata dalla mia ex e ripetuta scimmiescamente dal suo avvocato a più riprese).


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