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Separazione e suicidi: dove si collocano i media - di Sara Pezzuolo

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Separazione e suicidi: dove si collocano i media - di Sara Pezzuolo

22/09/2010 - 17.16

Data anche l’ultima e recente vicenda che ha visto protagonista un padre mi sembra opportuno proporre una riflessione sulla tematica del suicidio nei casi di separazione e affidamento dei figli.

Come sappiamo la separazione coniugale è un fenomeno complesso dal quale non possono essere isolate una molteplicità di variabili tra cui il legame che unisce un genitore ad un figlio, il lutto per la fine di una relazione e la costruzione di una nuova identità, le variabili quali sentimenti di vendetta o rimorso che caratterizzano questi processi.

Secondo i dati ISTAT dal 1995 al 2008 sono aumentati sia le separazioni che i divorzi. Gli affidi prevalenti sono l’affidamento congiunto, l’affido esclusivo alla madre e rarissimamente l’affido al padre.

Stando sempre ai dati ISTAT, le statistiche di riferimento ai merito al suicidio nel 2007 vedono 272 decessi di persone separate e 1.125 decessi di persone coniugate. Le motivazioni che determinano la scelta di morire sono, sempre riferite al 2007, n. 289 per motivi affettivi[1].

Il gesto suicida è un gesto eclatante che desta, nella coscienza di ognuno di noi, un pensiero critico ed una riflessione.

Il gesto ultimo di una persona non dovrebbe servire solo a fare cronaca ma dovrebbe far rifletter sulle motivazioni conscie e inconscie che hanno portato quella persona a decidere di interrompere la vita.

I media giocano un ruolo particolare in questo contesto. Ci possiamo chiedere ad esempio che informazioni dà sulla persona? Come questa viene presentata? Come si pone di fronte al problema dei suicidi? Come definisce le motivazioni che hanno portato a tale scelta?

A volte il suicidio passa come notizia di cronaca ma non solleva coscienze popolari, interrogativi etc. Sembra che ci si fermi di fronte all’atto del suicidio e “niente di più niente di meno” viene fatto per cogliere le motivazioni che hanno determinato la scelta di morire, come se l’atto in sé per sé avesse più ragione di essere della motivazione che lo ha determinato.

Una siffatta informazione, oltre ad essere fuorviante, rischia di essere letta come l’unica alternativa possibile a una separazione altamente conflittuale..

Troppo spesso si fa disinformazione celandosi dietro la parola “informazione”. Urlare ai quattro venti che quel padre o quella madre si è tolta la vita, senza cercare di entrare nel profondo del gesto, è un’analisi superficiale. Se la giurisprudenza, i giudici etc. non si fermano un attimo sulle devastanti conseguenze della separazione niente mai cambierà.

Se esistono spot sulle stragi del sabato sera, sui sinistri stradali, sulle vittime del lavoro, perché le vittime dei fatti di sangue che nascono dalle separazioni non trovano spazio?

Cosa fanno i media? Dove si colloca l’informazione rispetto al genitore rimasto solo?

Solitamente quando i media descrivono un gesto estremo di un genitore non forniscono informazioni in merito ai supporti disponibili e quindi non “sponsorizzano” chi si trova in difficoltà a richiedere aiuto presso i centri predisposti. Di conseguenza, parlare “della soluzione suicidio” a chi in quel momento è particolarmente vulnerabile al messaggio, non fa altro che fornire la “soluzione” al problema.

Secondo alcune raccomandazioni dell’American Association of Suicidology dell’American Foundation for Suicide Prevention e Annenberg Public Policy Center (2002) è auspicabile che certe stereotipie connesse al linguaggio con cui una notizia viene portata siano modificate.

Ad esempio la causa di morte dovrebbe comparire nel corpo della storia e non nei titoli, inoltre nel corpo della notizia è preferibile scrivere “colui che è morto a causa del suicidio” piuttosto che il “suicida” in quanto tale espressione riduce le persone al mondo della morte oppure denota un comportamento criminale.

Tutto ciò si realizza perché la propaganda del suicidio ha effetti sicuri del medesimo gruppo di soggetti al quale apparteneva colui che si è suicidato, nondimeno, “i dati della letteratura hanno confermato ampiamente l’azione delle stereotipie mediatiche nell’indurre comportamenti imitativi in soggetti vulnerabili”[2].

E’ importante quindi affermare che ci possono essere risorse disponibili per il trattamento e la prevenzione del comportamento suicidario, è importante chiedersi come il familiare, il minore, comprende la notizia, è importante che le cause che determinano una si tale soluzione vengano risolte con la stesa premura in cui si tutela o si cerca di tutelare il valore della vita umana in altri contesti.

A tal proposito mi preme segnalare il sito www.prevenireilsuicidio.it. Solo alla morte non c’è soluzione… a tutto il resto si può provvedere.

Un pensiero a tutti coloro che non ci sono più.

 


[1]In tale numero sono compresi soggetti maschi e femmina;

[2]Pompili M., “Quando i mass media parlano di suicidio” in psychomedia.it 5 maggio 2009;


Fonte: Redazione

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