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"Quando si ruba un figlio" - di Sergio Bevilacqua

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02/08/2010 - 17.45

Un atto di criminale coraggio. Un atto di violenza inaudita. Un atto di animalesco egoismo. Un atto di ignoranza primitiva. L’atto di una mente malata. Ma quando è che si ruba davvero un figlio ?

Un figlio è rubato quando è tolto alla cura di uno dei genitori, quando gli si impedisce di ottenere dall’altro ciò che l’altro può fare per lui, senza che esistano motivi sufficienti e oggettivi per questo allontanamento.

Un figlio è rubato quando viene estorto con la menzogna o abusando della buona fede dell’altro/a, mettendolo/a di fronte a un fatto compiuto di cui non è altrettanto consapevole.

Non sono rubati i figli dei carcerati: la lontananza coatta è segnale duro e pesante come un macigno sulle loro famiglie, ma le regole della società sono importanti e quando vengono infrante i segni di ciò devono essere avvertiti, in attesa del pentimento e del perdono.

Non sono rubati i figli che il coraggio dell’altro genitore sottrae alla violenza cieca, al malcostume palese, all’ingiuria sul loro corpo e sulla loro mente, all’assenza.

Non sono rubati i figli di coloro che muoiono per una causa giusta, dei perseguitati, degli esuli.

E' bene distinguere due principali tipologie di sottrazione. La prima riguarda i figli nati da una unione costituita, matrimoniale, more uxorio o comunque vera e consapevole. La seconda riguarda invece la procreazione di figli attraverso unioni casuali o non strutturate, nelle quali una delle due parti coinvolte nell’atto è sostanzialmente all’oscuro delle intenzioni riproduttive dell’altra parte.

La sottrazione di figli in una unione costituita, anche se separata o in via di separazione, è certamente il frutto amaro di grandi malesseri e incomprensioni. Ciò può avvenire in modi differenti e dal senso diverso. Ad esempio, in una coppia separata, il figlio è stato affidato a un genitore, il quale ha concordato tramite il giudice la frequentazione del minore da parte dell’altro genitore in determinati momenti della settimana o del mese. Qualora l’affidatario non consentisse l’adempimento del patto, ciò configurerebbe la fattispecie di sottrazione di minore. Ma il confine tra quell’atto vero e proprio e l’atto di semplice disturbo psicologico è labile. Vi sono genitori che usano la fragilità psicologica (interpretata o reale) come alibi per il male prodotto con la sottrazione del figlio all’altro/a.

Spesso la magistratura non è abbastanza formata alle dimensioni morali e non soltanto giudiziarie delle sottrazioni, né il giudice tutelare del minore abbastanza presente e tempestivo nel dirimere e sanzionare le pesanti vertenze relative.

Anche il solo ritardo, reiterato e sistematico, può rappresentare un’espressione d’odio gratuito e di vilipendio dell’identità genitoriale dell’altro/a, con conseguente difficoltà o incapacità da parte di quest’ultimo d’esprimere il ruolo genitoriale previsto.

Va sempre considerato che la non-convivenza con entrambi i genitori, cambia radicalmente il vissuto genitoriale del minore e che, non esistendo un “foro naturale”, un “palcoscenico comune” (la casa coniugale) in cui si regolano i rapporti e si evidenziano le rispettive identità, il genitore che figura come “nomade”, cioè non residente nella stessa abitazione del minore ha, rispetto a quello “stanziale” (cioè residente insieme al piccolo), un peso preconscio rispetto al figlio nettamente minore. Se, già partendo da questa obiettiva condizione d’inferiorità, egli/ella viene depauperato del diritto al suo tempo, non solo soffrirà di un handicap spaziale ma anche di un handicap temporale. E sappiamo che è soprattutto attraverso tempo e spazio che i piccoli di uomo vivono i propri rapporti familiari, prima dell’insorgere del simbolico, dunque dell’adolescenza.

Allora, mentre l’altro genitore soffre per essere non rispettato, il figlio s’abitua a una forma di minore importanza umana del secondo rispetto al primo. Quando non vi sono fondati motivi per l’inadempienza, l’atto di sottrazione diventa un’arbitrarietà violenta, sia per ciò che riguarda i sentimenti dell’altro genitore, sia per quanto riguarda la sua dignità di madre/padre, dunque anche il suo equilibrio.

Troppo spesso tali atti dimostrano l’immaturità morale e umana dell’artefice della sottrazione, che rinuncia a porre la questione (il più delle volte squisitamente psicologica, personale, oppure biecamente opportunistica) sfruttando, come può fare un terrorista, la propria condizione di produttore di danno, e puntando su un’impunità derivata dall’ambivalenza del suo gesto, sapientemente prodotta per impressionare a suo favore coloro che dovranno giudicare e decidere in merito. Intanto ottenendo il vero risultato desiderato, quello del dolore dell’altro genitore. Sulle spalle della sensibilità del piccolo.

Davvero disgustoso, non è vero? Anche per evitare quest’orrore esiste Educhiamo Insieme. Un inferiore coinvolgimento di istanze psicologiche correnti, ma lo stesso effetto di tempesta umana e morale, riguarda il problema dei figli rubati non all’attenzione di un altro genitore volontario e consapevole, e magari dopo lunghi periodi di vita insieme, ma addirittura rubati all’atto del concepimento. Le situazioni di cui parliamo sono quelle non riconducibili all’unione costituita.

Quale ruolo ha avuto il genitore supposto inconsapevole nell’atto di procreazione ? 

Innanzitutto va detto che un’originale soluzione per facilitare l’esecuzione di innocenti in luogo di colpevoli è stata adottata nel nostro ordinamento con la legge sull’aborto. Non sono, però, i segni di quella verminosa deriva della civiltà umana che l’aborto libero porta con sé che c’interessano ora. C’interessa la scelta moralmente abominevole di attribuire un diritto di uccidere e di darlo alla sola donna, come se il tempo di una gravidanza, pur quanto magico e stravolgente, concedesse qualche facoltà (addirittura esclusiva!) di vita e di morte. Certo non possiamo sottacere i drammi dell’aborto clandestino, dei figli di violenza sessuale, dei casi dovuti a drammatica condizione sanitaria, ma quanto c’interessa in questa sede è l’effetto psico-culturale della sostituzione della divinità della procreazione che quella Legge attribuisce alla donna. Nemesi storica di un patriarcato al capolinea, non c’e dubbio. Presa d’atto (tragica, però…) di un clamoroso passaggio di testimone alla provvidenziale energia muliebre.

Puntare sull’esercizio dell’arbitrio, sulla confusione con un creatore, sul misconoscimento della imprescindibile bigenitorialità dell’atto riproduttivo umano, è stata una strada deleteria per la natura bellissima del rapporto tra uomo e donna nell’umanità. La “licenza d’uccidere” attribuita alla donna le ha prodotto un delirio d’onnipotenza, nel quale Thanatos (la morte) ed Eros (la vita) si scambiano le parti come in un minuetto satanico. Come la violenza patriarcale, ignorante d’amore, ha sfondato per millenni la natura femminile per produrre un figlio minore dell’uomo, oggi anche la donna partecipa a questo scempio dell’umanità. E non, come una volta, da una posizione di inferiorità economica e giuridica, bensì da una posizione di potenza nella famiglia e nella società.

Quante sfumature, quante espressioni incerte, quanti sentimenti ambivalenti, quanto irrazionale coraggio conducono alla vita il figlio dell’uomo! Uomini e donne possiedono una lingua comune, una mente e un cuore. Se l’atto è per la vita, allora la vita vincerà, e thanatos, sorella luna, attenderà quietamente d’esserci compagna nell’ultima tratta.

Dunque, che la poetessa e il poeta che è in noi lascino aperto il forziere, e permettano agli occhi belli d’esserne ladri. Ma che quegli occhi siano belli di luce pura e d’amore vero.


Fonte: ilgiornaledireggioemilia.it

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