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"sesso contro amore" - di Sergio Bevilacqua

Area Cultura


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02/08/2010 - 16.49

Alcuni mesi or sono, nel corso di una riunione dell’Associazione per la Bigenitorialità (Abige), di cui è presidente Claudio Alberghini di Modena, sono stato chiamato a fare una serie di considerazioni sullo stato di avanzamento della L. 54 del 2006, cosiddetta “dell’affido condiviso”.

Anche alla luce dell’esperienza di Educhiamo Insieme, ho citato, e i lettori interessati alla materia conoscono il problema, i grandi ritardi nell’applicazione di tale legge, dovuti all’impreparazione di tutti gli attori (i supporti legali, i mediatori, la magistratura, ma anche i genitori stessi, le famiglie e la società) e le imperfezioni del testo, su cui sono al lavoro le commissioni parlamentari di Camera e Senato. Dunque, occorrerà molta pazienza.

Ma non ho potuto esimermi dall’attuare delle considerazioni di carattere storico sul problema sempre più grave della profondissima crisi della famiglia: una istituzione, una ancestrale presenza, connaturata alla specie umana, che in pochi decenni sembra essere decaduta, per lasciare il passo a una concatenazione diretta tra individuo e società, con quest’ultima impegnata a surrogare il naturale prodotto di mutuo sostegno tipico dalla famiglia con servizi sociali onerosi e spesso commerciali e disumani (ricordiamo le immagini traumatiche, assurte recentemente agli orrori della cronaca televisiva, di quelle violente insegnanti d’asilo nido che hanno marchiato la nostra memoria oltre alla psiche dei malcapitati bimbi, oppure la diffusa esperienza di trattamenti sadici e mortiferi degli anziani in tante strutture di assistenza).

Perché ciò è avvenuto e continua ad avvenire?

Il Ministro Carlo Giovanardi, delegato nell’attuale Governo alle problematiche relative alla famiglia, presente alla iniziativa dell’Abige, ascoltava attentamente: non sembrava previsto un commento di “prevenzione” in un contesto di associazioni di genitori separati, come è Abige, ove i “buoi sono già abbondantemente scappati”, cioè le famiglie sono già scomposte in modo pressoché irreparabile. Ma ricordai che una famiglia frantumata è una famiglia tentata, che può forse essere ricomposta se si capisce perché ciò è avvenuto. E se ciò viene compreso, quanto circola non è più soltanto il disastro, ma anche la chiarezza delle sue cause, per evitare che il disastro avvenga di nuovo.

Come una volta i giovani chiedevano ai grandi come funzionava la vita insieme, oggi è quasi più frequente che chiedano come evitare i problemi del fallimento delle unioni. Per generare un fenomeno così clamoroso, qualcosa di enorme deve essersi mosso alla base della nostra società. In effetti, sono almeno due i pilastri fondamentali lesi in modo profondo, con la conseguenza di creare il bilico pauroso e il conseguente scivolare nel baratro delle situazioni famigliari meno solide e via via anche delle altre:

1. RIPRODUZIONE. Vi è stato l’indebolimento del vincolo filogenetico, con la scoperta di diverse nuove tecniche riproduttive che non richiedono necessariamente a valle una configurazione famigliare di riferimento (la specie umana potrebbe abbandonare il campo biologico cosiddetto dioico - dalla parola “due” -, cioè di una riproduzione dovuta alla presenza combinata di un maschio e una femmina della specie);

2. COESIONE. Si è prodotto uno squilibrio tra i due fattori strutturali dell’amore (alla base della famiglia di origine cristiana-occidentale che sorge tra due esseri umani di sesso diverso), cioè a) la passione, il desiderio fisico, il piacere anche organico del contatto dei corpi in amore, genericamente e comunemente definito “sesso”, e b) l’affetto, il “voler bene” (volere il bene e non il male dell’altro), con il patto volontario esplicito di fare sopravvivere l’unione al di là dei drammi della vita, dei problemi economici, di salute, di buona o cattiva sorte.

Lo sviluppo del punto 1 (nuove tecniche riproduttive), richiede una serie di approfondimenti ma è gravido di conseguenze semplicissime, che oggi agiscono a livello quasi inconscio, promosse subdolamente dalle comunicazioni di massa, e che sono ormai entrate a fare parte del nostro immaginario collettivo. Si riassumono in fondo in un concetto purtroppo tanto semplice da essere quasi banale: per riprodurre la specie umana non c’è bisogno di combinare uomo e donna, di fare una famiglia. Possono bastare due donne o, in extremis, anche una donna sola.

L’effetto sotterraneo, dirompente come un terremoto, è facilmente intuibile. Darwin e i biologi direbbero: una mutazione. Vediamo alcuni aspetti centrali del secondo pilastro fondamentale leso, quello del punto 2.

Sappiamo tutti benissimo quale è la causa vera delle crisi famigliari, frequentemente celate sotto la cosiddetta “incompatibilità di carattere” (magari poco credibilmente sopraggiunta dopo lustri di convivenza): le crisi coniugali sono dovute soprattutto al “tradimento”. Con la parola “tradimento” s’intende quasi sempre l’offesa prodotta a uno dei componenti la coppia da un atto sessuale (singolo o reiterato) svolto dall’altro al di fuori dell’unione costituita. Tale atto può essere occasionale o, invece, ripetuto, e in questo seconda caso, può divenire avvio d’una storia alternativa d’amore.

Ma la fatidica freccia di Cupido, quante volte deve e può colpire, nella vita? Non c’è limite alla diffusione dell’amore, non c’è limite alla diffusione degli sguardi innamorati, non c’è limite ai loro effetti soggettivi. Nella faretra di Cupido, però, le frecce non sono incandescenti di passione e di fusione corporale. Sono semplici frecce: lui le scocca con l’ingenuità del putto, del bambino che gli assegna la iconologia. È l’essere maturo, l’uomo o la donna che quando viene raggiunto/a da quella freccia deve riconoscerne la purezza e bellezza d’origine. E sapere che siamo noi grandi che diamo il senso ultimo a quella freccia che ci ha colpito, l’incandescente o il tiepido.

Certo è un grande piacere scoprire il desiderio dell’altro, i suoi sguardi, i sentimenti e i significati che possono sottintendere. Il protrarsi del desiderio dell’altro, anche se questi è totalmente altro, è un grande riconoscimento e piacere per l’uomo e la donna in amore, in coppia magari già da tempo, un tempo che magari non è già più quello della passione.

Allora, anacronismo di un comandamento? Assolutamente no: il desiderio muta coi tempi, e oggi si sa che un maschio occidentale pensa al sesso molte migliaia di volte al giorno, mentre la donna poche volte soltanto. Dunque l’esortazione delle Tavole della Legge pare quanto mai attuale ed equilibrante: “Non desiderare la donna d’altri”.

Il bombardamento di segni sessuali ed erotici nelle comunicazioni di massa, produce la moltiplicazione del desiderio sessuale: se i maschi seguissero senza regole i propri istinti, la tesi di Jacques Attali sulla grande comunanza della specie umana con la scimmia denominata bonobo, assatanata di orgasmi, promiscua, bisessuale, individualista e collettivista sia nei rapporti sociali che nei rapporti intimi, sarebbe verificata. E la critica (faziosa) del mondo musulmano sull’uso indecente ed esagerato del corpo femminile nell’occidente cristiano (droga distruttiva della civiltà umana!) sarebbe giusta, invece di nascondere un progetto astuto molto peggiore di annullamento umano e civile della donna presso di loro.

Ma è proprio qui che si annida la serpe in seno alla nostra famiglia: l’ipertrofia del sesso, dal piacere facile e caduco, che si scontra col grande progetto del voler bene, dalla dolce disciplina, lenta, profonda e di ampio respiro. La maturità matrimoniale è la presenza di questa capacità di progetto di vita e la crisi della famiglia è la certificazione di una sua assenza. “Occorre tornare alla serietà di quel progetto, al rigore della sua costruzione e della sua realizzazione, disinnescando la mina dell’edonismo, dell’esasperata ricerca del piacere”, sostenni, nel corso di quell’incontro. “E, soprattutto, insegnandolo di nuovo ai giovani.”

Mentre descrivevo questo punto, il Ministro Giovanardi guardò per terra, allargò le mani come a riconoscerne l’ineluttabilità, e disse: “Già. È proprio così…” E allora, passiamo ai fatti.


Fonte: ilgiornaledireggioemilia.it

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