Giorni fa, mentre ero appisolato sul mio divano preferito, ricevetti una telefonata assai strana. Era la voce ansiosa di un consigliere di corte di appello, il quale mi chiamava per una comunicazione urgente. “qual è l’oggetto ?”, domandai seccato. “E’ giunta l’ora..!”, esclamò chiedendomi l’anonimato, “....è ora che le corti di appello si ribellino allo strapotere della Cassazione in materia di famiglia e, soprattutto, di bambini !”.
Curiosità ebbe la meglio sul fastidio, e gli diedi spago. “perché, Dottore, cosa fanno in Cassazione ?”, chiesi. “Cosa vuole che le dica, sono brave persone lì, ma si credono figli naturali della Dea Giustizia, e non fanno altro che pontificare. Noi dell’Appello non ne possiamo più della loro prosopopea, e questa volta abbiamo reagito, nel nome di tutti i consiglieri del mondo ! ”.
A quel punto, mi faceva tenerezza, gli volevo quasi bene. Mi ricordava mio figlio ai suoi primi afflati di indipendenza. “Perché, quanti siete ?”, provocai con finta espressione interessata. “Siamo tanti, siamo una nazione ! E siccome non facciamo altro che confermare le decisioni dei tribunali locali, dal punto di vista giudiziario ci considerano né carne né pesce, e ci siamo stancati dell’oblio. Se non scriviamo qualche sciocchezza, amico mio, nessuno parla di noi. Lei sa che la gente comune crede che siamo quelli che fanno l’appello dei giudici ogni mattina, come a scuola !?”.
Deve essere difficile da sopportare, pensai, e prima ancora che potessi dirglielo, lui mi anticipò come un fiume in piena: “Da questo momento in poi”, aggiunse minaccioso, “facciamo sul serio. Cominceremo ad affermare il diritto dei ragazzini alla ignoranza grammaticale, al quantitativo minimo giornaliero di parolacce, al consumo smodato di merendine e al turpiloquio durante le attività didattiche. E se ci fanno incazzare raddoppieremo la dose stabilendo che i bambini hanno diritto a mangiare senza l’uso delle posate, a urinare liberamente negli anfratti dei condomini, a lanciare gavettoni ai passanti ignari e a sottrarsi sistematicamente all’igiene personale.... ”.
Non credevo alle mie orecchie, avevo trovato una miniera di ilarità che non vedevo l’ora di condividere con gli amici del bar ma.....mi svegliai.
Era solo un sogno mattutino, quelli che non si dimenticano. Uscito di buon ora, comprai la mia solita rassegna stampa, e sfogliando i quotidiani del giorno lessi con stupore “La Corte di Appello di Lecce stabilisce che in una coppia separata il figlio minorenne, anche se in età pre-adolescenziale, può liberamente rifiutarsi di incontrare il genitore c.d. non collocatario, senza che questo comporti responsabilità per l'altro genitore. Un padre dal 2006 non riesce più ad incontrare la figlia perché questa si rifiuterebbe di vederlo. La bimba, oggi dodicenne, è IN REGIME DI AFFIDAMENTO CONDIVISO ALLA MADRE...”.
Non credevo ai miei occhi.
Che cavolo significa “affidamento condiviso alla madre” !? Se si tratta di condiviso, pensai, avrebbero dovuto scrivere “affidamento condiviso”, e basta. Lì per lì lasciai perdere, pensando allo strafalcione di un giornalista frettoloso che aveva scambiato il termine "esclusivo" con quello di "condiviso". Passai al secondo quotidiano, e mi imbattei nella stessa vicenda. Lessi anche lì “affidamento condiviso alla madre”.
“Non è possibile”, sbottai a voce alta, e mi lanciai nell’esame spasmodico degli altri giornali, annotando che la medesima definizione era stata riportata, nell’ordine, da una nota agenzia di stampa, dai cinque maggiori quotidiani a tiratura nazionale, da diversi giornali regionali e da quasi tutti i siti di informazione on-line. In buona sostanza, nel momento in cui leggevo, il concetto di “affidamento condiviso alla madre” stava diffondendosi tra circa quindici milioni di lettori italiani. Per chi si intende di teorie di persuasione e controllo delle masse, quel campione rappresenta l’intera coscienza civile della nazione.
Tutto questo non è un sogno.
L’incolpevole lavoro di giornalisti tutt’altro che confusi, rischia di condizionare le idee dell’intera opinione pubblica italiana in materia di affidamento dei figli. Ma chi manovra le menti, chi il burattinaio ?
Il meccanismo è evidente: giacchè la concessione del vero Affido Condiviso (L. 54/2006) viene allegramente aggirata dai giudici di merito, con la famosa tecnica magistrale del “lo-scrivo-ma-non-te-lo-dò”, l’Italia risulta formalmente patria della Bigenitorialità, ma gli affidamenti continuano ad essere strettamente materni. Nessuno ci capisce più un tubo, tranne i giornalisti, appunto. La stampa, infatti, avendo il dovere di informare l’opinione pubblica per mezzo della necessaria sintesi, ha coniato il termine più rispondente alla realtà: “Affidamento Condiviso alla madre”.
A pensarci bene, non fa una grinza.